Ci siamo. Giovedì 11 giugno prende il via il Mondiale di calcio 2026, il più grande della storia: per la prima volta ospitato da tre nazioni, Stati Uniti, Canada e Messico, e allargato a 48 squadre invece delle consuete 32. Una macchina enorme, sedici città ospitanti, la finale in programma il 19 luglio in New Jersey. E noi, ancora una volta, a guardarlo dal divano.
Favoriti e grandi assenti
Sul fronte dei favoriti, i nomi sono quelli di sempre. Spagna e Francia partono con i galloni delle candidate numero uno, davanti all’Argentina campione in carica di un Lionel Messi pronto all’ultima recita mondiale della carriera. Dietro, le solite grandi: Inghilterra, il Brasile a caccia di riscatto, la Germania a fasi alterne. Tra le sorprese, occhio alla Spagna del baby fenomeno Lamine Yamal, appena diciottenne, attorno a cui ruotano molte aspettative.
Una nota di colore, ma non troppo: il caldo. Diverse città ospitanti, soprattutto al sud e sulla costa est americana, vivranno temperature altissime, al punto che la gestione del clima durante le partite è diventata uno dei temi del torneo. Molti stadi sono climatizzati, ma per i tifosi non abituati il caldo resta un’incognita concreta.
L’Italia non c’è. E non è più una sorpresa
E arriviamo al punto dolente, quello che per noi italiani conta più di qualsiasi pronostico. L’Italia non è al Mondiale. Di nuovo. È la terza assenza consecutiva, dopo quelle del 2018 e del 2022: un dato che da solo fotografa la dimensione del disastro. Gli azzurri, quattro volte campioni del mondo, sono l’unica ex vincitrice a non essere presente in questa edizione, mentre tutte le altre sette nazionali che hanno alzato la Coppa nella storia saranno regolarmente in campo.
La modalità dell’eliminazione, poi, ha il sapore amaro della beffa. Dopo aver chiuso il girone di qualificazione alle spalle della Norvegia, l’Italia è finita ai playoff, dove il 31 marzo 2026 si è fatta eliminare dalla Bosnia-Erzegovina: 1-1 e poi la sconfitta ai rigori. Un copione già visto, che trasforma quella che un tempo era una formalità, qualificarsi al Mondiale, nel problema irrisolvibile del nostro calcio.
Perché siamo finiti così in basso
Le ragioni di questo declino vanno ben oltre la singola partita storta o il rigore sbagliato. Sono strutturali, e riguardano l’intero sistema. Il calcio italiano produce sempre meno talento: i settori giovanili faticano, gli spazi per i giovani nelle prime squadre sono ridotti al minimo, e la Serie A è da anni dipendente dai calciatori stranieri, con conseguente impoverimento del bacino a disposizione della Nazionale.
A questo si aggiunge la crisi economica e strutturale dei club, fatta di bilanci in rosso, stadi vecchi e di proprietà quasi sempre pubblica, indebitamento diffuso e una governance che arranca. Mentre Paesi un tempo considerati minori sono cresciuti enormemente, investendo in strutture, formazione e programmazione, l’Italia è rimasta ferma, cullandosi troppo a lungo sui fasti del passato, quel 2006 che oggi sembra lontano un’era geologica.
Il risultato è quello che vediamo: una nazione che ha fatto la storia di questo sport, capace di vincere quattro titoli mondiali, e che oggi ha perso peso e influenza nel calcio che conta. Non siamo più tra i protagonisti, non lo siamo nei pronostici e, soprattutto, non lo siamo sul campo.
Una riflessione, più che una consolazione
Guardare un Mondiale da spettatori non paganti, per la terza volta di fila, dovrebbe essere lo scossone definitivo. Non basta cambiare il commissario tecnico o cercare il colpevole di turno: serve ripensare il sistema dalle fondamenta, dai vivai agli stadi, dalla gestione dei club al modo in cui si formano i giovani. Altrimenti il rischio è che questa, da eccezione dolorosa, diventi la nuova, triste normalità.
Per ora, non resta che accomodarci a guardare gli altri. Il calcio mondiale va avanti, più grande e globale che mai. E l’Italia, per la terza volta consecutiva, è semplicemente rimasta indietro.

