HomecittàFesta, farina e forca: quando lo Stato fa il deejay

Festa, farina e forca: quando lo Stato fa il deejay

Il concerto di Rai Radio2 in Piazza XV Marzo riaccende una domanda scomoda: perché dev'essere la politica a organizzare le feste? Dalle "tre effe" dei Borbone all'arte sussidiata, viaggio nel paternalismo che distrae il popolo invece di costruire strade, acquedotti e un'economia vera.

Piazza XV Marzo gremita, migliaia di persone, il concerto gratuito di Rai Radio2 e l’inevitabile retorica della “notte da capitale della musica”. Cosenza si è goduta il suo spettacolo, voluto in città dal presidente della Regione, Roberto Occhiuto. Tutto bello, tutto emozionante. Ma c’è una domanda che, sotto i decibel, nessuno ha avuto voglia di porsi: perché dev’essere la politica a organizzare le feste?

In un Paese davvero liberale la risposta sarebbe ovvia: non deve. I concerti, gli eventi, gli spettacoli nascono dall’iniziativa privata, da promoter che rischiano capitali propri, da sponsor che cercano un ritorno, da cittadini che pagano un biglietto perché ritengono valga la pena. È il mercato a decidere cosa funziona e cosa no, premiando chi sa intercettare un desiderio reale e punendo chi sbaglia. Quando invece è l’ente pubblico a salire sul palco, con i soldi prelevati a forza dalle tasche dei contribuenti, la musica cambia: non è più libera offerta, è spettacolo di Stato. E lo spettacolo di Stato, storicamente, ha sempre avuto una funzione precisa.

Le tre effe

I Borbone l’avevano sintetizzata in una formula tanto brutale quanto efficace: “Festa, Farina e Forca”, le tre effe attribuite a Ferdinando IV e rese celebri da Alexandre Dumas, che descrivono un sistema di potere fondato su divertimento, pane e repressione. Tradotto: tieni il popolo sazio, distrailo con le feste e reprimi chi alza la testa. È la versione meridionale del romano “panem et circenses”, il più antico manuale di governo delle masse mai scritto. Non un’invenzione dei tiranni distratti, ma una strategia lucidissima: un popolo che balla in piazza è un popolo che, per quella sera, non chiede conto di strade dissestate, ospedali al collasso, acquedotti che perdono e burocrazie che soffocano.

Attenzione: nessuno qui demonizza la musica o la gioia collettiva. Il punto non è la festa, è il regista della festa. Quando a pagare l’orchestra è chi detiene il potere, la generosità non è mai disinteressata. È consenso comprato con denaro altrui, è la trasformazione del cittadino in spettatore grato, è l’antica arte di rendere mansueta una comunità offrendole il divertimento al posto dei diritti.

L’arte sussidiata e il suo sottobosco

C’è poi un effetto collaterale di cui si parla ancora meno. Quando è la mano pubblica a distribuire palchi, cachet e visibilità, attorno a quella mano si forma un ecosistema preciso: non un mercato di liberi talenti che competono sul gradimento del pubblico, ma un sottobosco di “artisti di Stato” che prosperano grazie alla vicinanza al potere. È il regno del familismo e del tribalismo culturale, dove conta meno cosa sai fare e più chi conosci, a quale cordata appartieni, quale assessore ti ha messo in scaletta. Si selezionano i fedeli anziché i bravi, si premiano le appartenenze anziché il merito, si costruiscono carriere che senza il rubinetto pubblico evaporerebbero in una stagione. È la logica dello Stato-papà che diventa, allo stesso tempo, Stato-pappone: protettore che accudisce i suoi e parassita che vive del denaro di tutti. Il mercato, con la sua durezza, almeno è democratico: chi non piace, non vende. La sovvenzione, al contrario, tiene in vita ciò che la libera scelta dei cittadini avrebbe già archiviato.

Il mito del “rilancio”

Resta l’obiezione più gettonata: ma questi eventi rilanciano il centro storico, portano gente, fanno girare l’economia. Davvero? Una notte di transumanza collettiva, migliaia di persone che arrivano, consumano una serata e ripartono, non è un progetto economico: è un fuoco d’artificio. Si spegne all’alba e lascia la piazza esattamente come l’aveva trovata, con i suoi negozi chiusi, i suoi palazzi che cadono a pezzi, i suoi giovani che continuano a fare le valigie. Un’economia vera non si costruisce a colpi di concerti pagati dalla Regione, ma con condizioni stabili che spingano qualcuno ad aprire un’attività e a tenerla aperta tutto l’anno: fisco leggero, regole semplici, infrastrutture funzionanti, sicurezza. Tutto ciò che richiede fatica, anni e nessun applauso immediato. Esattamente il contrario di una serata in piazza con le luci e il maxischermo.

Strade e acquedotti, non palchi

Ed è qui il cuore della questione. Lo Stato, la Regione, il Comune dovrebbero occuparsi di ciò che il mercato non può garantire da solo: le strade, gli acquedotti, le reti, la giustizia, la sicurezza. I beni pubblici essenziali, quelli che rendono possibile la vita di tutti e l’iniziativa di ciascuno. Non l’intrattenimento, non la scaletta dei cantanti, non il deejay set di fine serata. Ogni euro speso per allestire un palco è un euro sottratto a una conduttura che perde o a un asfalto che sprofonda. E ogni festa offerta dall’alto è un piccolo, dorato atto di paternalismo: lo stesso da cui i Borbone traevano la loro tranquillità di regnanti.

Una città libera non ha bisogno di un sovrano che le organizzi il Capodanno a giugno. Ha bisogno di poter lavorare, intraprendere, divertirsi con i propri mezzi e secondo i propri gusti, senza che qualcuno decida per lei quando e come essere allegra. Il cielo, sopra una comunità di cittadini liberi, è sempre più blu non perché glielo ha dipinto la politica. Ma perché ha smesso di guardare il palco e ha ricominciato a guardare avanti.

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