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Zerocalcare, il Marcel Proust de centri sociali de Roma

Due Spicci è bellissima. Una generazione che ha fatto del G8 un Vietnam e della rivoluzione una graduatoria per il sostegno. Ma manca la satira...

Diciamolo subito, così nessuno pensa che ce l’abbia su: Due Spicci è bella. Bella davvero. I disegni sono notevoli, la musica è giusta, i dialoghi ti fanno ridere e un secondo dopo ti stringono qualcosa. Zerocalcare sa il suo mestiere. Il problema non è lui. Il problema sono io, e altri quattro milioni di persone messe esattamente come me.

Perché esiste una categoria antropologica precisa che questa serie colpisce al cuore, e io ne sono l’esemplare da mettere sotto formalina: il quarantenne centromeridionale di sinistra che guarda Netflix (quotato al Nasdaq) e commenta su Facebook (quotato al Nasdaq). E di questa specie Zerocalcare è il sommo poeta. È il suo Marcel Proust. Solo che la madeleine è una cartuccia del Game Boy e il tempo perduto è un sabato del ’98 passato a non baciare nessuno.

Tutti hanno un Vietnam. Il loro è durato un weekend

Prendiamo il reduce-tipo. Quarantatré anni. Ha un Vietnam. Il suo Vietnam è il G8 di Genova.

E ne parla come il nonno parlava di El Alamein. Con la differenza che il nonno a El Alamein c’è stato tre anni, e lui a Genova c’è stato un weekend. Col sacco a pelo. Ritorno in pullman la domenica sera, perché il lunedì c’era Diritto Privato. È un veterano di guerra che è rientrato in tempo per la lezione delle nove.

E qui sta il capolavoro involontario di una generazione intera: volevano fare la rivoluzione negli intervalli dello studio per il concorsone. Gente che voleva sinceramente abbattere il sistema, compatibilmente con le scadenze del bando. “Compagni, lo Stato è marcio, va distrutto — però venerdì io non ci sono che ho la preselettiva.” Il Che Guevara, ma con la borsa di studio da non perdere.

Dal corteo alla graduatoria

E adesso guardateli, i rivoluzionari. Sono in graduatoria.

Quella stessa rabbia che doveva incendiare le piazze è confluita tutta, con precisione svizzera, nelle liste provinciali per il sostegno. Il ragazzo che a vent’anni urlava “lo Stato è il nemico” oggi aggiorna il portale del Ministero ogni venti minuti per vedere se è salito di due posizioni. Il nemico è diventato il datore di lavoro. Anzi, peggio: il datore di lavoro desiderato. Quello a cui mandi il curriculum pregando che ti richiami.

Hanno passato vent’anni a dire “non ci rappresenta nessuno” e poi hanno fatto carte false per essere assunti proprio da quel nessuno. La lotta di classe risolta con un tempo determinato e l’agognato ruolo entro i cinquanta. Marx che si rivolta nella tomba, ma piano, per non perdere il posto in graduatoria pure lui.

Nel frattempo, fuori dall’Italia

Ed è qui che la faccenda smette di fare ridere, perché basta alzare lo sguardo oltre confine per accorgersi che è tutta una questione molto, molto italiana.

Perché mentre i nostri reduci di Genova si preparavano per il concorsone, la stessa identica generazione — nati negli stessi anni, cresciuti con lo stesso Game Boy — da qualche altra parte stava facendo PayPal. Facebook. WhatsApp. Stava tirando su l’intelligenza artificiale. In certi posti, meno fortunati, combatteva guerre vere, di quelle che non finiscono in pullman la domenica sera. Coetanei. Stesso pianeta. Risultati lievemente diversi.

Non sto dicendo che abbiano fatto cose giuste — Facebook ci ha sfasciato il cervello, sull’AI ne riparliamo tra dieci anni col mento tremante. Sto dicendo che hanno fatto qualcosa. Hanno costruito un mondo nuovo, nel bene e nel male, e soprattutto hanno creato la cosa più rivoluzionaria di tutte, quella che nessun centro sociale ha mai prodotto in cinquant’anni di assemblee: posti di lavoro. Quelli veri. Quelli che pagano un mutuo. Quelli che ti permettono di fare un figlio senza prima consultare la graduatoria, l’oroscopo e tua madre.

Esattamente i figli che in Italia non si fanno. Perché è difficile mettere al mondo qualcuno quando il tuo progetto di vita più concreto è la posizione 4.812 nella lista d’istituto e il tuo atto rivoluzionario più recente è stato condividere un post indignato. La differenza tra le due generazioni non è il talento: è che gli altri hanno costruito qualcosa e noi abbiamo costruito una bellissima, struggente, pluripremiata narrazione del perché non si poteva costruire niente.

La nostalgia non è un’emozione, è un reparto vendite

E veniamo al meccanismo, perché qui c’è il vero trucco. La cosa che amavi a dodici anni te la rivendono a quaranta col venti per cento di sovrapprezzo e la scusa dell’emozione. Il Game Boy torna “classic”. Final Fantasy VII lo “rifanno”. Le scarpe te le ristampano “vintage” — vintage le tue, che le hai comprate la prima volta nuove.

È l’unico mercato al mondo dove paghi due volte lo stesso prodotto e la seconda volta ringrazi pure, con le lacrime agli occhi. Se la compagnia del gas avesse un ufficio nostalgia, ti rivenderebbe l’aria del 1994 e tu diresti “eh, però, quella sì che era aria vera”.

Zerocalcare è il fornitore di lusso di questo mercato. Non vende fumetti. Vende a un quarantenne la prova documentale che la sua adolescenza è esistita ed è stata importante. Che è precisamente la cosa che un quarantenne, alle due di notte, pagherebbe qualunque cifra per sentirsi dire.

Non è politica, è terapia di gruppo

E qui arriva la critica vera, quella che gli farebbe più male: Zerocalcare vorrebbe essere politico. Vorrebbe che le sue opere dicessero qualcosa sull’ingiustizia, sul sistema, sulla società. E invece sono l’esatto contrario della politica. Ne sono la negazione con i disegni belli.

Perché la politica è conflitto, scelta, azione. È decidere una cosa e prendersi i nemici che ne derivano. Lui invece racconta l’indugio, la riluttanza, il terrore di scegliere. I suoi protagonisti non fanno politica: si commiserano. Non lottano: si lamentano in modo molto ben sceneggiato. Non è un manifesto, è un gruppo di auto-aiuto con la colonna sonora azzeccata. È la prima ideologia della storia il cui slogan è “eh, ma è complicato”.

E lui con questi perdenti è tenerissimo. Non li giudica, non li sprona, non gli dice mai “forse il problema sei un po’ anche tu”. No: è l’ambiente, è la società, è il sistema. E lo spettatore esce assolto. Non deve cambiare niente, non deve crescere, non deve rischiare nulla. Può restare lì, a fissare i ricordi di Final Fantasy VII, e sentirsi comunque dalla parte giusta. È il vittimismo trasformato in carta d’identità generazionale, ed è comodissimo, perché è l’unica identità che non ti chiede di fare assolutamente niente.

Il conto lo pagano i ventenni

Solo che una cosa così ha delle conseguenze. Se tu, quarantenne, passi vent’anni a spiegare che il mondo è ingiusto e che però non c’è niente da fare, qualcosa lo stai insegnando. Stai insegnando l’impotenza. La rassegnazione col sottofondo malinconico. L’idea che impegnarsi sia ingenuo e che l’unica posa dignitosa sia il disincanto.

E poi ti stupisci che i ventenni, quando cercano qualcosa in cui credere — qualcosa che dia un senso, che offra degli eroi, che proponga un’epica e non un mugugno — vadano a cercarsela altrove. E la trovano nel palestinismo vissuto come DOGMA.

Solo che non è politica: è fede. Non è analisi: è dogma. Non ha dubbi, non ha sfumature. E questi reduci del G8 di Genova, il loto Vietnam diventano i vati e la Palestina è il loro credo, la loro coperta di Linus…un episodio del Gameboy condito da fesserie gramsciane e corsi di laurea in comunicazione che ti hanno portato poi in un call center.

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