C’è un equivoco che accompagna Francesco De Gregori da cinquant’anni, e che la polemica di questi giorni sulle sue parole su Gaza ha fatto riesplodere: l’idea che essere di sinistra significhi essere comunisti, e che essere comunisti significhi avere il diritto di processare chi non si allinea. De Gregori, “principe” della canzone italiana, icona delle Feste dell’Unità, amatissimo dalla gauche, ha passato la vita a smentire questa equazione. Spesso pagandone il prezzo. E per capirlo bisogna partire da molto lontano, da una malga sul confine orientale, nell’inverno del 1945.
Porzûs: quando i partigiani uccisero i partigiani
Il cantautore porta il nome di suo zio, Francesco De Gregori detto “Bolla”, comandante partigiano della Banda Osoppo. Non un nome scelto a caso: glielo diede il padre Giorgio nel 1951, sei anni dopo la morte di quel fratello tanto amato. Bolla fu ucciso il 7 febbraio 1945, a 35 anni, ma non dai nazifascisti che combatteva. Fu ammazzato da altri partigiani: i gappisti comunisti guidati da Mario Toffanin, detto “Giacca”, vicini all’esercito di Tito che aveva mire annessionistiche sulla Venezia Giulia.
La colpa di Bolla e dei suoi ragazzi — cattolici, liberali, azionisti — era di rifiutarsi, in nome dell’italianità, di confluire sotto il comando jugoslavo. Diciotto morti in undici giorni. Tra le vittime, un ventenne di nome Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo. Lo storico Tommaso Piffer, nel suo libro Sangue sulla Resistenza, lo definisce l’eccidio più grave della guerra partigiana “per numero di morti, per l’efferatezza e per le implicazioni politiche”. Seguito da decenni di silenzio imbarazzato, depistaggi e accuse mai dimostrate di tradimento, perché ammettere Porzûs significava ammettere che il totalitarismo aveva abitato anche dentro la Resistenza comunista.
È fondamentale, qui, la lucidità con cui la famiglia ha sempre tenuto la barra dritta. La figlia di Bolla, Anna, lo dice senza esitazioni: “È in errore chi pensa che l’eccidio di Porzûs possa sporcare la Resistenza. Sbagliarono gli assassini di mio padre, non gli altri comunisti che hanno combattuto nella guerra partigiana.” Non c’è revanscismo, non c’è strumentalizzazione di destra. C’è solo il rifiuto di confondere l’antifascismo con la sua degenerazione totalitaria. È esattamente questa la distinzione che il nipote erediterà.
1976: l’imputato torna sul palco
Trentun anni dopo, il 2 aprile 1976, al Palalido di Milano, l’altro Francesco De Gregori vive il suo personale Porzûs in miniatura. Reduce dal trionfo di Rimmel, è all’apice del successo. Ed è proprio il successo la sua colpa. Un gruppo di militanti di Autonomia Operaia interrompe il concerto, lo accusa di arricchirsi con le canzoni, di speculare, di dormire in hotel di lusso. Volantini distribuiti all’ingresso recitano: “I Palalido sono i loro Vietnam, i loro campi di battaglia.”
Poi il momento che De Gregori ricorderà come uno dei più spaventosi della sua vita. Sono parole sue: “Vennero a prendermi nei camerini in dieci, uno aveva una pistola, e mi fecero tornare sul palco, dove venni sottoposto a una sorta di processo popolare.” Lo interrogano come un tribunale rivoluzionario di stampo maoista: “Quanto hai preso stasera? Se sei un compagno, non a parole ma a fatti, lascia qui l’incasso. La rivoluzione non si fa con le canzonette.”
C’è un dettaglio che chiude un cerchio agghiacciante: tra i contestatori di quella sera, le cronache citano Nicoletta Bocca, figlia di Giorgio Bocca — lo stesso giornalista che, parlando di Bolla, avrebbe poi detto “non era un politico”. Le due storie De Gregori si sfiorano attraverso lo stesso cognome, a una generazione di distanza.
La logica del 1976 è identica a quella del 1945: chi non è organico alla causa è un nemico. Allora si rischiava la pistola alla tempia, prima la fucilazione in malga. Cambia la scala, non la grammatica. È la pretesa totalitaria di possedere la verità e di processare chi non si inginocchia. De Gregori ne uscì così turbato che si parlò di un suo ritiro dalle scene.
2026: il diritto di non dare lezioni
Arriviamo a oggi. De Gregori dice, su Gaza e Israele: “Non faccio proclami perché non mi sento superiore a nessuno per insegnare che posizione prendere. Ho le idee confuse e non mi sento di dare lezioni a nessuno, né mi va di prenderne da alcuno, soprattutto da cantanti o uomini di cinema.” Apriti cielo. Morgan lo accusa di intascare “soldi putridi di sangue rappreso”, parte la richiesta di boicottaggio, l’orda digitale si scatena.
Si noti: De Gregori non ha negato nulla, non ha difeso nessuno sterminio. Ha semplicemente rivendicato il diritto di non trasformarsi in agitatore, di non issare la bandiera giusta al momento giusto a comando. Ed è qui che i tre tempi della storia si saldano in uno solo. La sinistra che nel 1945 fucilava i partigiani non allineati, che nel 1976 processava il cantautore di troppo successo, è la stessa che nel 2026 mette alla gogna chi non recita lo slogan. Non è un problema di contenuti — su Gaza si può pensarla in mille modi — è un problema di metodo. È la pulsione totalitaria a pretendere l’adesione, a non tollerare la sfumatura, a confondere il dissenso con il tradimento.
La lezione di un uomo di sinistra che non è mai stato un totalitario
Ecco il punto che la vicenda De Gregori illumina meglio di qualsiasi saggio. Si può suonare alle Feste dell’Unità senza essere comunisti. Si può essere di sinistra — De Gregori lo è stato per tutta la vita, con le sue canzoni, schierandosi mille volte a modo suo — senza essere un totalitario. Anzi: la vera sinistra liberale, quella di Bolla e dei suoi ragazzi azionisti, è da sempre l’avversaria naturale di quella pulsione lì.
Il problema è che la sinistra italiana, dagli anni Settanta a oggi, fa fatica a distinguere le due cose. Pretende fedeltà, non lealtà. Vuole militanti, non cittadini. E davanti a un artista di 75 anni che dice “ho le idee confuse, lasciatemi in pace”, reagisce ancora con la stessa furia di chi, mezzo secolo fa, lo trascinava sul palco con una pistola in mano.
De Gregori ha pagato questo prezzo due volte: nel sangue di famiglia e nella propria carne, sul palco di Milano. Che oggi, da uomo libero, rivendichi semplicemente di non voler dare né prendere lezioni, non è ignavia. È la coerenza di chi ha imparato, sulla pelle dei suoi e sulla propria, che cosa succede quando qualcuno si arroga il diritto di processare gli altri in nome della Causa.

